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Sinossi

I Giardini Fioriti di Ol'Mar


SINOSSI
 
 
I Giardini fioriti di Ol'Mar

Enigma

“del dolore e della follia”

Poema epico in prosa
 
La tradizione di un posto felice, di una città raggiante, di un paradiso originario appartiene a tutte le culture umane e, in tutte, è paese di provenienza e luogo di arrivo; in particolare, “paradiso” viene dal sanscrito paradesha o "paese supremo", più tardi pairidaeza (creare attorno). I tre principali termini, ebraico pardès, persiano pairidaēza e greco paràdeisos, contengono l’idea fondamentale di un parco o giardino. L'accezione attuale di "paradiso" deriva dal significato della parola greca paràdeisos usata nella Bibbia dei Settanta per indicare il giardino dell'Eden generalmente collocato tra il fiume Tigri ed il fiume Eufrate. Viaggio nella mente umana alla ricerca di un ritorno al “paradesha” o ad uno dei luoghi originari o delle città mitiche, immaginarie, ideali presenti nella storia di tutti i popoli è l'avventura inconsueta narrata nel poema “I Giardini fioriti di Ol'Mar”; avventura “teodicea” di un uomo rinchiuso dalla creazione del mondo nel labirinto ottagonale della storia umana governata e guidata dal “principe dell'aria”. Resoconto, senza precedenti, di un invisibile labirinto mentale “rizomatico” (non ha dentro né fuori, né spazio né tempo, è smontabile e reversibile), contraddizione aperta in ogni direzione dove ogni elemento è un enigma da decifrare. La “fabula” si pone, dunque, (per rendere inaccessibile e preservare a vilitate) come rebus dalle molteplici soluzioni, ma senza alternative. Nella fisica moderna il concetto di “Adesso” non esiste, lo spazio-tempo è un blocco che non scorre, ma esiste soltanto. “Lo spazio e il tempo non sono condizioni in cui viviamo, ma modi in cui pensiamo”  (Einstein), di conseguenza, il contenuto del libro è una somma di unità narrative tra loro confuse, accatastate, sovrapposte, interconnesse in invisibili ragnatele di emozioni, nelle quali a volte si descrivono luoghi o traiettorie fisicamente inaccessibili; coerentemente non vi è azione-movimento per cui: “negatività senza impiego” (in Bataille). Rappresentazione, a livello macroscopico, della schiuma quantistica, sottostante la lunghezza di Planck, “dove le nozioni convenzionali di destra e sinistra, avanti e indietro, sopra e sotto, prima e dopo, perdono ogni significato”. Opera che può essere letta in modo “random” iniziando e cessando da qualsiasi punto, come in un arabesco: “… ciò che desidero, è che tutto sia circolare e che non ci sia, per così dire, né inizio né fine nella forma…” Vincent von Gogh. “La radice del linguaggio è artificiale e di carattere magico” (Borges), muoversi contro il limite del linguaggio, come direbbe Kafka, significa oltrepassare i limiti del mondo, superare le Colonne d’Ercole per raggiungere un universo che ci spetta. La fiaba di cui si fa racconto vuole provocare la mente più che l’intelletto, cercando di testimoniare l’accesso a un altro piano di consapevolezza, impenetrabile alla logica anche se generato da leggi sintattiche e da geometrie asimmetriche di nuclei costruiti con parole ordinarie: la creazione è singolarità, Big Bang (ora buco nero ora buco bianco). I numeri a sedici decimali che compongo le intersezioni del labirinto mentale, rappresentato nel libro, ricordano sia gli infiniti non numerabili che ci circondano sia il procedimento, detto della rinormalizzazione, che, attraverso la sottrazione dell’infinito, consente accordo tra teoria e osservazione, fino alla sedicesima cifra decimale. L’attività razionale non ha il suo primato nella logica quanto nel vedere la verità e nella tensione verso l’infinito. L’opera di 576 pagine è, infine, un poema epico in prosa, negli ultimi duecento anni non è mai stato pubblicato un poema epico italiano, ed ha bisogno di un lettore che cerca la provocazione, che osa luoghi non comuni, che ama le scalate difficili e che non ha paura dell'abisso, prossimo alle alte vette; homo sum: humani nihil a me alienum puto (Terenzio). Un lettore forte, ma anche sensibile ed attento ai confini ed ai limiti dell'esplorazione, è il corretto interlocutore del racconto, poiché autore è chi legge. Haggadah, dunque, che sfida e ha un senso solo per chi comprende.








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