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Presagi e Profezie

 
Presagi di sciagure Profezie di felicità


"Per tutte le violenze consumate su di Lei, / per tutte le umiliazioni che ha subìto, / per il suo corpo che avete sfruttato, / per la sua intelligenza che avete calpestato, / per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, / per la libertà che le avete negato, / per la bocca che le avete tappato, / per le ali che le avete tagliato, / per tutto questo: / in piedi Signori, / davanti a una Donna!" - William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564 – Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616).

Reyhaneh Jabbari è la giovane donna iraniana impiccata per avere ucciso il suo assalitore durante un tentativo di stupro. La lettera che segue è indirizzata all’amatissima madre, Sholeh Pakravan. La mia segnalazione non vuole indicare l’ingiustizia; nei fatti, questa impiccagione è anche una delle minori, se pensiamo agli stupri, alle violenza allo stato di servitù sia nei confronti delle donne che dei bambini. Queste fanno parte della totale follia dell’uomo a cui nei secoli ancora non è stato posto rimedio. Questa mia segnalazione vuole indicare invece la forza, il coraggio, i valori, la determinazione verso il bene che ancora regge e governa una parte dell’umanità. Da questa lettera emerge anche il pensiero della madre e l’educazione data alla figlia. Non so se un approccio alla realtà come questo esista ancora nel nostro mondo laico cristiano così ormai dedito al piacere e alla lussuria dell’esistere tutta costruita sul possedere. Un grande esempio dunque da guardare con sorpresa, con attenzione e con profonda ammirazione. (questa è una delle traduzioni reperibili in internet che a me piace particolarmente).



Cara Sholeh,
oggi sono venuta a sapere che è venuto per me il momento di affrontare la Qisas (ndt una sorta di legge del taglione vigente nel sistema legale iraniano). Mi fa male scoprire che non sei stata tu ad informarmi che è stata già scritta l’ultima pagina del libro della mia vita. Non credi che avrei dovuto saperlo? Sai bene quanta vergogna provi nel saperti intristita. Perché non mi hai lasciato cogliere l’occasione per baciare la tua mano e quella di papà? Il mondo mi ha voluto per 19 anni. Quella terribile notte sono io che sarei dovuta morire. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche vicolo dimenticato della città, e dopo alcuni giorni la polizia ti avrebbe condotto nell’ufficio del coroner per identificarlo, là ti avrebbero anche informato che ero stata violentata. L’assassino non sarebbe mai stato scoperto dato che noi non siamo né ricchi né potenti come loro. In questo modo tu avresti continuato a vivere soffrendo e svergognata, alcuni anni dopo saresti morta consumata da tanto soffrire e sarebbe finita lì.
Invece, con quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato scaricato in nessun luogo, se non nella tomba della prigione Evin e dei suoi corridoi solitari, e ora nella prigione tomba di Shahr-e Ray. Ma tu devi accettare il fato e non devi lamentarti. Sai bene che la morte non é la fine della vita.
Mi hai insegnato che si viene in questo mondo per fare esperienza e imparare lezioni e che ogni rinascita porta seco una nuova responsabilità sulle nostre spalle. Io ho imparato che a volte occorre lottare. Ricordo bene quando mi raccontasti che l’autista protestò con l’uomo che mi stava frustando, ma il fustigatore lo colpì in testa e sul viso portandolo alla morte. Tu però mi hai fatto notare che per creare valore occorre perseverare comunque, anche se uno di noi muore.
Ci hai insegnato che nell’andare a scuola ci dovevamo comportare da signore anche in mezzo alle baruffe e alle lamentele. Ti ricordi quanto ci tenevi a che ci comportassimo bene? Ebbene, il tuo insegnamento non era giusto. Quando è accaduto quell’incidente, i tuoi consigli non mi hanno aiutato. Anche il solo presentarmi in un tribunale mi ha fatto apparire come un’assassina a sangue freddo e una criminale senza scrupoli. Non ho pianto. Non ho chiesto perdono. Non ho pianto e ho rimesso tutta la mia fiducia nella legge.
Mi hanno così accusata di essere insensibile davanti ad un crimine. Io, io che non uccidevo neppure le mosche, io che scacciavo gli scarafaggi prendendoli per le antenne. Ora sono diventata un pericoloso assassino e il modo di avvicinarmi a quegli insetti è stato interpretato come chiaro segno di una latente personalità maschile tenuta ben nascosta. Il giudice non si è neppure preso la briga di notare che al tempo del fatto avevo unghie lunghe e ben curate.
Che tempra ottimista colui che si aspettava giustizia da quei giudici! Non si sono mai posti il problema che le mie mani non sono piene di calli come le mani delle sportive, delle donne che si dedicano alla boxe. E questo Paese – l’amore verso il quale tu hai instillato in me – non mi ha mai voluto, non mi ha mai difeso quando, sotto le accuse degli aguzzini, piangevo e ascoltavo le parole più scurrili. In compenso, quando ho infine rasato l’ultimo segno di bellezza da me, tagliandomi i capelli, sono stata premiata: 11 giorni di isolamento.
Cara Sholeh, non piangere per ciò che ti vado raccontando. Il primo giorno in cui nella stazione di polizia un vecchio agente scapolo mi ha offeso a causa delle mie unghie, ho capito che la bellezza non è cosa per questo tempo. La bellezza degli sguardi, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e di visione, finanche la bellezza di una bella voce.
Cara madre mia, il mio modo di pensare è cambiato ma tu non ne sei responsabile. Le mie parole somigliano ad un fiume in piena e così le ho date tutte a qualcuno che, dopo che sarò giustiziata in tua assenza e senza che tu lo sappia, te le consegnerà. Ti ho lasciato tante lettere in eredità.
Tuttavia, prima di morire voglio qualcosa da te; voglio che tu stia con me e con le mie ragioni con tutta la tua forza e in ogni maniera possibile. In verità questo è tutto ciò che voglio da questo mondo, da questo Paese, da te. So che necessiti di tempo per farlo.
Di conseguenza, ti farò conoscere parte del mio testamento molto presto. Non piangere e ascolta. Voglio che ti rechi al Tribunale e metta i giudici al corrente della mia richiesta. Non posso infatti scrivere una simile lettera dalla prigione e ottenere la firma del direttore; ne deriva che una volta ancora tu dovrai soffrire per me. È l’unica cosa che sebbene tu implori non mi preoccuperebbe anche se ti ho pregato più volte di non chiedere che io venga salvata dall’esecuzione.
Mia dolcissima madre, cara Sholeh, l’unica che mi è più cara della mia stessa vita, non voglio marcire nella terra, non voglio che i miei occhi e il mio cuore diventino polvere. Implora che venga fatto in modo che subito dopo la mia impiccagione il mio cuore, i reni, gli occhi e qualsiasi parte del mio corpo che possa essere trapiantata sia presa e data in dono a qualcuno che ne ha bisogno. Non voglio che chi li riceve sappia di me, mi compri fiori o anche che preghi per me. Ti sto dicendo dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu possa venire a piangere e a soffrire. Non voglio che ti metta a lutto per me. Fai del tuo meglio per dimenticare questi miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via.
Il mondo non ci ha amate. Non voleva il mio fato. E allora mi arrendo e abbraccio la morte. Alla corte di Dio accuserò gli ispettori, accuserò l’ispettore Shamlou, accuserò il giudice e accuserò i giudici della Suprema Corte che mi hanno percosso quando ero sveglia e non hanno smesso di torturarmi.
All corte del Creatore accuserò il dottor Farvandi, accuserò Qassem Shabani e tutti gli ignoranti che con le loro bugie mi hanno infamato e hanno calpestato i miei diritti e se ne sono fregati del fatto che a volte ciò che appare vero è lungi dall’esserlo. Cara dolcissima Sholeh, nell’altro mondo saremo noi gli accusatori e altri gli accusati. Attendiamo di vedere ciò che Dio vuole. Io volevo semplicemente abbracciarti fino all’ultimo giorno della mia vita. Ti amo.

Ps- il governo iraniano non ha permesso che venissero rispettate le sue volontà testamentarie


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